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Questi giorni di primavera anticipata sono un richiamo irresistibile per andare fuori e godermi l’aria fresca e i tiepidi raggi del sole, seduto in cortile a leggere un buon libro o a fare qualche piccolo mestiere, prima che arrivi l’impietoso e sgradito caldo estivo.

Fino all’anno scorso avevo la compagnia di un gatto – che assomiglia più a un cane, per come mi segue e viene quando lo chiamo, o a un bambino per come cerca le coccole – di nome Elfo, per via del fatto che da cucciolo era tutto orecchie. Dal 20 settembre, però, si è aggiunta anche una micia, turbolenta ma algida come la neve, alla quale bene si addice il nome prescelto ancora prima di scoprire il suo carattere: Yuki (neve in giapponese, appunto).
Con una mamma e una nonna a dir poco apprensive, liberare le prime volte un gatto nel cortile significa vigilare su di lui, senza mai perderlo di vista, stando attenti che non prenda la via della strada o che non si cacci in qualche altro “pericolo” (un cane alieno o qualche albero assassino, forse).

Oggi stavo assolvendo al mio compito, gettando un po’ lo sguardo ai gatti, un po’ alle pagine del libro “Il mistero della camera gialla”, di Gaston Leroux, quando ho notato un’altra cosa: una vespa si stava dibattendo, intrappolata per una zampa in una ragnatela nascosta sotto un vaso, appeso a un rustico pilastro di mattoni.

Ora, io adoro la natura e gli animali e faccio tutto il possibile per rispettare entrambi, però devo ammettere di nutrire un odio viscerale per le vespe: mettiamoci dentro che nella sola estate scorsa mi hanno punto tre o quattro volte a tradimento. Quindi, dopo aver registrato la presenza di due ragni che convergevano sull’insetto e dimentico dei miei “doveri”, ho avvicinato la sedia e mi sono apprestato a osservare la natura all’opera.

Devo dire che sono rimasto subito deluso, perché i due ragni sembravano disorientati – forse a causa della mole della preda – e davano l’impressione di non sapere cosa fare. Io, che parteggiavo per loro, sono stato tentato di intervenire e dare una mano, ma ho subito riconsiderato la possibilità, rispettoso dei meccanismi della natura.
I ragni si sono avvicinati alla vespa, che roteava a velocità supersonica agitando le ali, appesa solo per una zampetta alla trappola viscosa. Sembrava davvero a un passo dal liberarsi, con mio grande disappunto. Nondimeno il lembo di ragnatela si era come ispessito; forse, dopotutto, i ragni qualcosa stavano facendo… Eppure si allontanavano, tornavano sotto il vaso, andavano su, giù, si scontravano pure tra di loro…
Insomma, dopo qualche minuto, essere solo spettatore iniziava a farsi noioso!

Così ho deciso di affidare un ruolo a ciascuno dei due ragni “ubriachi”, ossia le parti di un marito e di sua moglie. Lui era più piccolo, biancastro e con l’addome gonfio e globoso, di quelli che sembrano sul punto di esplodere. Lei era quella un filo più grande, scura, con le zampe lunghe e il corpo affusolato. In ogni caso nessuno dei due era più grande dell’unghia del mio mignolo e, anche sommati insieme, non superavano la vespa.

Sì, lo so che spesso nella realtà la sposa si pappa il consorte… è il suo banchetto di nozze… ma mi è piaciuto immaginare tra loro un dialogo molto umano.
«Dobbiamo liberare la vespa, è troppo grossa, romperà la ragnatela e ci toccherà rifare tutto!» propone la femmina in tono urgente.
Il marito le si para davanti, spingendola indietro: «Non essere ridicola, sciocca femmina! La nostra ragnatela è resistente! Ci vuole ben altro per strapparla!»
La moglie appare combattuta.
«Torna a fare i lavori di casa!» tuona il ragno col suo vocione, prima di rituffarsi sulla preda per stringere il cappio.
La vespa, dal canto suo, ha continuato a sforzarsi, a volare, ad agitare le zampe e, quando si avvicina uno dei predatori, sferza l’aria col pungiglione.
«Ahh!» strilla la femmina tornando alla carica. «Attento all’aculeo, tesoro caro! Vengo a darti una zampa!»
«Non serve, ormai è mia!» si vanta l’aracnide, roteando sulla testa un filo di seta con un occhiello all’estremità.
La moglie si porta due zampe davanti alla bocca e sussulta, vedendo che la vespa ha girato il posteriore verso il maritino.
«Oh oh oh!» ride il ragno, evitando due affondi letali. «Con tutto questo ben di Dio saremo a posto per settimane!»
E qui si ferma la mia fantasia, perché sono stato richiamato in casa.

Dopo un paio d’ore sono uscito, sono andato a esaminare il luogo dello scontro: non c’era più nessuno… Che Elfo – dopo aver cercato per un’ora di catturare una foglia all‘interno dell’innaffiatoio – abbia deciso di partecipare attirato dai movimenti convulsi?
Mi sono chinato: i ragni non c’erano, ma la vespa era là sotto, avvolta in un robusto bozzolo. L’ho pungolata con un bastoncino secco. Niente. Ho sorriso compiaciuto.
I ragni rimbambiti, alla fine, ce l’avevano fatta.

jumping_spider_eating_by_macrojunkie

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